Caribi con le canoe sulla riva di un'isola tropicale, illustrazione

Caribi

Guerrieri delle Piccole Antille

All'inizio del XIV secolo, dalle coste del Venezuela, scendendo lungo il fiume Orinoco e manovrando con abilità le loro canoe, giunse nelle Piccole Antille la tribù guerriera dei caribi, di lingua completamente diversa da quella dei popoli arawak che già abitavano le isole. Dal punto di vista dei taíno, i loro vicini arawak, i nuovi arrivati difficilmente potevano essere accolti bene: si distinguevano per l'aspetto fisico, per i costumi e soprattutto per la bellicosità e per un rito che suscitava un vero terrore tra i vicini: il cannibalismo rituale. Gli storici ritengono che, se non fosse stato per la conquista europea, che distrusse allo stesso modo tutte le culture dei Caraibi, i caribi avrebbero finito per imporsi sull'intero mondo insulare, poiché all'arrivo di Colombo erano in piena espansione.

Famiglia caribe in una vecchia illustrazione europea
Famiglia caribe in una vecchia illustrazione europea

Il nome caribi deriva dalla lingua arawak e significa all'incirca «mangiatore di uomini», un nome che diedero loro proprio i popoli vicini e che poi adottarono anche i cronisti europei (da qui lo stesso termine cannibalismo). Va sottolineato che il consumo rituale di carne umana presso i caribi non era una fonte di cibo, ma faceva parte di un complesso guerriero e magico: si credeva che in questo modo la forza e il coraggio della vittima sconfitta passassero al vincitore, e al tempo stesso si intimoriva il nemico.

La società caribe era caratterizzata anche da una netta divisione dei ruoli tra uomini e donne. La poliginia era comune, e un uomo poteva accogliere nella comunità anche le mogli dei nemici sconfitti, mentre a decidere sulle guerre e sulle altre imprese comuni erano quasi esclusivamente gli uomini. I nemici maschi catturati diventavano di solito schiavi o, più raramente, vittime dei riti. Gli attacchi avvenivano quasi sempre di notte: i caribi si avvicinavano furtivamente in canoa ai villaggi arawak e poi, tra urla e suoni di trombe, attaccavano di sorpresa con frecce incendiarie, uccidendo sul posto gli anziani e gli uomini adulti e portando via prigionieri le donne e i bambini.

Sul cannibalismo

Cannibalismo rituale, antica incisione europea
Il cannibalismo rituale in un'antica incisione europea

Il cannibalismo, o antropofagia (dal greco anthropos, uomo, e phagein, mangiare), non fu affatto una caratteristica esclusiva dei caribi; i materiali etnografici lo registrano, con forme e significati diversi, presso numerosi popoli in tutto il mondo, quasi sempre in un contesto religioso e magico. In alcune comunità della Nuova Guinea l'uccisione rituale e il consumo simbolico della vittima facevano parte di lunghi riti di fertilità legati alla coltivazione della palma da cocco. Presso alcuni popoli sudamericani è attestata la credenza che mangiare il cuore del nemico ucciso trasmetta al guerriero il suo coraggio, un motivo molto vicino a quello dei caribi. In alcune comunità dell'Africa centrale, invece, il cannibalismo perse la sua dimensione religiosa e fu praticato come parte dell'alimentazione quotidiana e come simbolo di prestigio sociale; sono documentati anche casi del tutto eccezionali di cannibalismo per estrema necessità, in tempi di carestia, in individui estranei a qualsiasi modello culturale.

Nonostante tutte queste differenze, gli etnologi riconoscono in questi esempi un filo comune: il cannibalismo rituale, per quanto crudele possa sembrare dal punto di vista odierno, spesso rafforzava la coesione interna della comunità e, intimorendo l'avversario, ne aumentava le possibilità di sopravvivere nei conflitti con i vicini. Anche presso altri popoli guerrieri della storia, tra cui i maori della Nuova Zelanda, noti per l'esposizione rituale delle teste dei nemici sconfitti, una simile resa dei conti simbolica con l'avversario era accompagnata da speciali canti e danze di guerra destinati a deridere e umiliare i vinti.