Oggetti d'oro e di ceramica della cultura moche davanti a un tempio di mattoni crudi, illustrazione

Moche

Maestri della ceramica antica

La cultura Moche (o mochica) si sviluppò nel Perù settentrionale, nelle valli costiere del fiume omonimo, il Moche, e del fiume Chicama, all'incirca tra il 200 e il 700 d.C. Questa regione è caratterizzata da un clima duro e secco: un paesaggio desertico coperto di sabbia grigiastra che il vento porta dai pendii delle Ande, povero di fauna selvatica, ma che i suoi abitanti riuscirono a domare e a rendere fertile.

Ricostruzione del Signore di Sipán e dei suoi accompagnatori con ornamenti d'oro, allestimento museale
Gioielli d'oro della cultura moche

La società era chiaramente stratificata: al vertice si trovavano il sovrano e il clero, alla base i contadini e la gente comune. L'appartenenza a uno strato si rifletteva, tra l'altro, nella pittura del volto e negli ornamenti nasali. Dalle raffigurazioni artistiche e dai resti delle tombe sappiamo che erano di bassa statura, muscolosi e larghi di spalle, con il volto tondo, gli zigomi marcati, il naso aquilino e gli occhi a mandorla.

Erano eccellenti orafi e conoscevano bene la metallurgia: realizzavano leghe d'oro e sapevano dorare l'argento e il rame con una tecnica in cui immergevano l'oggetto in una soluzione di sali d'oro e poi lo scaldavano finché un sottile strato d'oro non aderiva alla superficie. Trasformavano le piume in ornamenti e mantelli, e si adornavano le mani con anelli e sottili lamine d'oro sulle unghie.

La ceramica

Vaso in ceramica della cultura moche con una figura umana
Vaso in ceramica con la raffigurazione di un volto umano

I moche raggiunsero un livello eccezionalmente alto nella lavorazione della ceramica. I loro huacos (parola quechua per i vasi di terracotta) erano fatti di argilla di due colori, rossiccia e bianco crema, e rappresentavano in modo realistico gli aspetti più diversi della vita quotidiana e religiosa. Un vertice particolare di quest'arte sono i cosiddetti vasi ritratto, in cui il collo del vaso era modellato come un volto umano fortemente individuale.

Una parte della ceramica mostra inoltre espliciti motivi erotici, che trattano tutta una serie di temi sessuali; gli archeologi osservano, per esempio, che le raffigurazioni del coito anale sono più numerose di quelle del coito vaginale, il che a volte viene interpretato come una possibile forma di controllo delle nascite, mentre le fonti parlano al tempo stesso di dure punizioni per i rapporti extraconiugali: ciò indica che la libertà che vediamo nella ceramica era probabilmente un privilegio di una ristretta cerchia dell'élite e non il riflesso della vita quotidiana della gente comune.

Il divertimento e i riti erano strettamente intrecciati: i banchetti prevedevano abbondante chicha, una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del mais, mentre la danza e la musica facevano parte delle celebrazioni religiose. Per ballare si indossavano abiti speciali e maschere, e tra gli strumenti c'erano flauti di canna e di ceramica, una tromba fatta con una grande conchiglia marina (il pututo), vari sonagli e tamburi rivestiti di pelle di lama.

Alimentazione, edilizia e religione

Rilievi dipinti nella Huaca de la Luna, vicino a Trujillo
Murale della Huaca de la Luna, sito moche vicino a Trujillo

L'agricoltura era la spina dorsale dell'economia. I moche svilupparono un sistema di irrigazione che, per complessità, può essere paragonato alle migliori soluzioni del Vecchio Mondo: una rete ramificata di canali e acquedotti riforniva d'acqua intere valli (il canale di La Cumbre, lungo circa 113 km, portava l'acqua dal fiume Chicama), e sui pendii ripidi si costruivano terrazze che ampliavano la superficie coltivabile. Coltivavano mais, fagioli, arachidi, patate, cetrioli, coca e cotone, e la terra veniva ripartita secondo regole fisse: ogni uomo riceveva un appezzamento di base (il tupu), con un'aggiunta per ogni figlio nato, mentre i nobili disponevano di proprietà molto più grandi.

Oltre all'agricoltura, la caccia e la pesca avevano un ruolo importante nell'alimentazione: cacciavano cervi, uccelli e leoni marini, e tenevano scimmie e pappagalli come animali da compagnia. I lama addomesticati fornivano lana e carne e servivano come animali da soma, e le loro viscere si usavano anche per la divinazione. La popolazione costiera costruiva imbarcazioni simili a quelle che si possono vedere ancora oggi sul lago Titicaca.

Il materiale da costruzione più comune era il mattone crudo, con un uso minore della pietra, e i tetti erano coperti di paglia o di canne. Secondo la descrizione di un cronista spagnolo del XVI secolo, ogni signore locale della valle aveva una grande casa di mattoni crudi, con pilastri, terrazze e un'ampia piazza nei pressi. I muri esterni venivano intonacati e dipinti con murales, e nei campi si costruivano anche fortificazioni per difendersi dagli assalitori, oltre a una rete di strade fiancheggiate da muri di mattoni crudi, in alcuni tratti alti fino a un metro e mezzo.

Ai Apaec, la divinità suprema della cultura moche, volto con zanne
Ai Apaec, la divinità suprema dei moche

Al centro della religione c'era il culto della luna, che chiamavano Si; in suo onore fu eretto il tempio maggiore, mentre quello minore era dedicato al Sole. I fenomeni naturali erano interpretati come opera delle divinità, e nei riti si usava anche il cactus San Pedro, ricco di mescalina; secondo la tradizione, fanciulle prescelte, sotto il suo effetto, si gettavano da scogliere rocciose per placare le forze della natura. I sacrifici umani esistevano, anche se non nella misura dei maya o degli aztechi in Mesoamerica. La divinità suprema del pantheon si chiamava Ai ApaecAi Apaec, «colui che crea», divinità raffigurata spesso con zanne feline, dio principale del pantheon della cultura moche.. Come molti altri popoli andini, credevano nella vita dopo la morte e nel fatto che il defunto, nel suo viaggio verso l'altro mondo, dovesse essere sepolto come si conveniva, con tutti gli oggetti che gli erano appartenuti in vita.

Sipán

La tomba del Signore di Sipán con lo scheletro e le offerte funebri
Reperti dalla tomba del Signore di Sipán

Una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo, non solo nelle Americhe ma in tutto il mondo, avvenne nel piccolo villaggio di SipánLocalità del Perù settentrionale, nella valle di Lambayeque, nota per una serie di tombe reali moche intatte scoperte alla fine degli anni Ottanta del Novecento., nel nord del Perù. Nel febbraio del 1987 un gruppo di tombaroli della zona (huaqueros) cominciò a scavare in un tumulo sacro e si imbatté in una tomba ricchissima. Una lite per il bottino spinse uno di loro a denunciare il fatto alla polizia, che chiamò l'archeologo Walter AlvaArcheologo peruviano che dal 1987 diresse gli scavi di Sipán e presentò la scoperta al mondo come una delle più importanti della storia dell'archeologia andina. perché si occupasse delle ricerche.

Gli scavi non furono privi di conflitti: i tombaroli continuarono ad attaccare il sito, e in uno di questi episodi la polizia ne uccise uno. Ciononostante, la squadra scoprì tutta una serie di tombe. In quella centrale furono trovati nove corpi: quello dello stesso signore di Sipán, due sue accompagnatrici, tre guerrieri e altre tre persone, tutti deposti nella tomba già morti, anche se resta aperta la questione se siano partiti per l'altro mondo di propria volontà.

I resti del sovrano nel sarcofago principale erano coperti di pettorali, collane e altri oggetti d'oro, oltre che di conchiglie di molluschi marini del genere Spondylus, che i moche consideravano cibo degli dèi. Nelle nicchie adiacenti furono trovati 221 vasi di ceramica con scene di vita quotidiana. Come molte culture andine, anche i moche soccombettero infine a una serie di disastri naturali (cicli di El Niño, siccità e inondazioni) che provocarono carestie e conflitti per risorse sempre più scarse. Walter Alva descrisse in seguito la scoperta di Sipán come un'esperienza profondamente personale e commovente, l'occasione di mostrare al mondo lo splendore di una cultura quasi dimenticata.